The Americans – recensione Pilot

Interessante che la nuova serie FX The Americans abbia come protagonisti due agenti sovietici sotto copertura.

Come la prenderà il pubblico americano?. Dover parteggiare per coloro che sono stati la loro nemesi politica e culturale per anni?. Sotto questo aspetto The Americans potrebbe essere molto originale, e l’abilità degli autori starà nel scegliere le vie che questo primo episodio lascia.

I due protagonisti rimarranno fedeli all’Unione Sovietica per tutta la stagione?. O si lasceranno inebriare dall’American Way of Life?.

Lasciando da parte i pronostici sull’andamento narrativo della serie, passiamo al Pilot.

Washington, 1981. Philip e Elizabeth Jennings sono due agenti segreti sovietici che vivono da più di vent’anni sotto copertura negli USA. Le loro vere identità sono segrete, anche ai loro figli.

L’episodio parte subito forte, Philip e Elizabeth dopo un rocambolesco inseguimento catturano Timochev, un disertore passato all’FBI, con l’obbiettivo di riportarlo in Russia, ma un contrattempo costringe i due a tenere Timochev in ostaggio nella loro casa.

Il creatore della serie, Joe Weisberg, ex ufficiale CIA, mostra subito una notevole abilità di scrittura(ha già scritto episodi della serie Falling Skies) dipingendo i tratti fondamentali di questa spy story d’epoca collocata nella cosiddetta Guerra Fredda. Le scene che riguardano gli interni dell’FBI, sono efficacissime in questo senso,con riferimenti a fatti realmente accaduti come le politiche Reaganiane, o la vicenda degli ostaggi in Iran raccontata quest’anno nel film Argo.

Vedendo l’episodio vengono spontanei riferimenti a un’altra serie tv come Homeland, ma coi paragoni mi fermerei qui, visto che parliamo di tempi storici differenti, ma che hanno in comune la paranoia americana del nemico invisibile e irriconoscibile, che può parlare inglese meglio degli americani.

Ad indagare sul presunto rapimento di Timochev, c’è l’abilissimo agente FBI Stan Beeman, che si è appena trasferito e avrà come nuovi vicini proprio Philip ed Elisabeth. Tesissima infatti la scena del loro incontro, anche se non accade di fatto nulla, le premesse per degli scontri esplosivi ci sono tutte.

Ma torniamo a Philip ed Elizabeth, i russi che fingono di essere americani. Marito e moglie per missione, e costretti a rinnegare il loro passato in Russia, tanto da non poter nemmeno più parlare russo con nessuno.

Però Philip ed Elizabeth sono diversi nell’approccio alle loro nuove vite. Lui, ad esempio questi vent’anni in territorio statunitense l’hanno cambiato per davvero, e l’episodio ce lo fa capire tramite piccolezze; il fatto che parli di Basket col figlio, gli stivali da Cowboy, e un desiderio di voler disertare per poter aver finalmente una vita serena e senza pericoli.

Lei, invece non solo non approva la condotta del marito che si sta “americanizzando”, ma trova ignobile il solo pensiero di dover tradire la madre patria, e non accetta che i due figli, Paige e Henry, stiano crescendo come adolescenti americani. E a contrario di suo marito, le convenzioni familiari, come ad esempio portare i Brownies al vicinato, sono solo parte della missione. Efficace a questo riguardo lo scontro tra Philip ed Elisabeth. “Loro potrebbero diventare socialisti” “Questo paese non sforna socialisti”

Il merito della riuscita caratterizzazione dei personaggi va ai due attori protagonisti, che l’episodio ci fa conoscere tramite flashback che delineano fin da subito le contrapposizioni caratteriali dei due. Keri Russell nei panni di Elizabeth è bravissima nel passare con leggerezza da essere una killer del KGB e amorevole mamma di quartiere. Matthew Rhys è invece Philip, più socievole rispetto alla compagna, e uomo pieno di dubbi sulla fedeltà alla Unione Sovietica, o abbracciare la nuova cultura, che a suo dire tanto male non è.

Questi continui scontri ideologici tra i due mettono il dubbio allo spettatore che il loro amore sia reale o solamente un rapporto professionale durato per vent’anni. Il quesito sembra parzialmente sciogliersi alla fine della vicenda Timochev. Philip vuole consegnarlo all’agente Beeman, ma dopo aver scoperto che l’ex KGB aveva stuprato Elisabeth tempo prima, lo uccide. Questo cambio di rotta di Philip può sembrare troppo immediato, ma potrebbe essere l’inizio di un riavvicinamento anche culturale tra i due, e non solo passionale.

L’episodio si chiude con lo scontro indiretto tra l’agente Beeman, un efficace Noah Emmerich, e Philip. L’agente FBI entra nel garage di casa Jennings sperando di trovare Timochev, ovviamente non trova nulla ma tutto si preannuncia molto interessante.

La serie ha potenzialità evidenti, il contesto storico permette un’ ampio raggio d’azione e i personaggi sembrano intriganti. Noi sappiamo come la Storia va a finire, vediamo come la storia di The Americans proseguirà.

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The Americans

The Americans
Il primo episodio di The Americans sbaraglia la concorrenza, battendo i record delle premiere di American Horror Story e Sons Of Anarchy, serie di punta del canale cable statunitense FX.
L’ambizioso progetto creato da Joe Weisberg e (Falling Skies) and Graham Yost (Justified) conta tredici episodi per la prima stagione e ruota intorno a una coppia di agenti del KGB, che si trovano negli Stati Uniti in missione per la madrepatria.
Philip e Elizabeth sono sposati, hanno due figli e incarnano il classico sogno americano: vivono in una bella casa, in un quartiere rispettabile e sono felici. Quello che invece non tutti sanno è che sono due spie del Direttorio S del KGB.
La missione che devono compiere in questo episodio consiste nel rapire un disertore, un ex colonnello del KGB di nome Timoshev, che si è venduto all’FBI per 3 milioni di dollari. A causa di una serie di imprevisti, non riescono a portare a termine l’incarico e, una volta catturato, lo rinchiudono nel bagagliaio della propria auto, dove resterà per giorni, elemento che causerà tensioni e suspense per tutta la durata dell’episodio. Infatti il caso ha voluto che il nuovo vicino di casa della coppia sovietica sia un agente dell’FBI, specializzato in controspionaggio e vita sotto copertura. Tanto è fredda la guerra che combattono, quanto lo è il loro matrimonio, anche se durante i settanta minuti di plot, ci sarà un riavvicinamento tra i due: interessante è lo sviluppo verticale del drama, i complotti politici e militari si intrecciano e si plasmano con quelli dei due coniugi.
I due protagonisti, interpretati da Metthew Rhys e Keri Russell, sono facce note ai serial- addicted. Fa di certo un po’ strano vedere Rhys, avvocato omosessuale di Brothers and Sisters, fare il vendicatore mascherato, mite e diplomatico solo in apparenza. La Russell di Felicity, che starà, con ogni probabilità, aspettando la chiamata di J.J.Abrams per il settimo episodio di Star Wars, è dedita e offuscata dagli ideali della causa, disposta a perdere qualsiasi cosa pur di non tradirla.
L’atmosfera cupa in cui siamo subito proiettati ,sin dall’esordio della vicenda, ci rimanda alla classica tradizione noir: la musica d’apertura rende sexy (all’americana) l’ambientazione, il bar fumoso e la bella spia (mica per niente inserita nel 1999 dalla rivista People nella lista dei “50 più belli”) che adesca l’agente sprovveduto.
Crediamo nella volontà di un classico-innovativo, a quando il prossimo episodio?

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The Americans-recensione pilot

Sentendo parlare di The Americans, uscita il 30 gennaio 2013 sulla rete televisiva a pagamento FX, la prima cosa a cui ho pensato è stata che fosse il classico prodotto per un pubblico amante del “brivido della pistola”, insomma un pubblico di padri relativamente attempati che amano il brivido delle storie inzuppate di calci e pugni o di coloro che adorano il cinema di genere.

Il pilot mi ha dato torto. La serie tv creata da Joe Weisberg, ex ufficiale della CIA prestato alla sceneggiatura, è una storia di spionaggio ambientata a Washington D.C. negli anni ottanta, ai tempi del Presidente Reagan.

Elisabeth e Philip Jennings sono due agenti del Direttorio S del KGB, infiltrati nella società civile americana. Sono sposati, hanno due figli, un lavoro, una bella casa e hanno costruito tutto questo principalmente per rendere credibile la loro copertura.

Elisabeth e Philip sono in missione per rapire Timoshev, ex colonnello del KGB ormai disertore ma pur riuscendoci incontrano diversi problemi e sono costretti a tenerlo nel bagagliaio della loro macchina parcheggiata nel garage di casa. La situazione si fa sempre più complessa. Il Presidente Reagan proclama come grande priorità per la Nazione l’attività contro-spionistica e si dimostra determinato nel voler dare la caccia le spie dell’Unione Sovietica. Il caso vuole che la famiglia trasferitasi di fronte ai Jennings, sia quella dell’agente Stan Beeman, appena assunto dall’FBI per la bravura dimostrata in anni di missioni sotto copertura. Ciò rende ancora più pericolosa la vita dei coniugi-spie che non riescono a fingere così bene la tranquillità necessaria di fronte al racconto del vicino Beeman rispetto al lavoro da lui svolto.

Ad aumentare il clima ansiogeno che accompagna l’episodio c’è il rapporto personale tra i due protagonisti. Rapporto conflittuale, dato anche dalle differenze caratteriali. Se lui risulta un uomo meno ostinato nella vocazione da spia e a tratti disposto a mettere in primo piano quella che ormai è la sua famiglia, lei si dimostra determinatissima e quasi accecata dagli ideali della madrepatria.

E’ funzionale a rendere intrigante l’episodio, l’uso dei flashback nella narrazione che ci trasporta nelle vite passate dei protagonisti delineandone maggiormente le differenze. Keri Russel e Matthew Rhys interpretano più che bene il ruolo di spie dell’Unione Siovetica, come il ruolo di amanti dal rapporto sembrerebbe quasi malato, freddi assassini-picchiatori e ordinari-amorevoli genitori al tempo stesso.

La serie ha tutte le carte in regola per risultare più che godibile, sperando che non diventi in un certo senso verticale, divenendo una narrazione di missioni di spionaggio puntata per puntata ma che mantenga una certa orizzontalità nel racconto, facendoci incuriosire alle vite dei Jennings.

Una sola cosa mi viene da chiedermi: basterebbe così poco a mandare in crisi due spietate spie del KGB? Perché mostrarne un sottile “pentimento” fin dal pilot? Spero che il messaggio non sia quello che l’America prima o poi si finisce tutti per amarla.

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The Americans – Recensione pilot

Vedendo i primissimi minuti dello spy-pilot di The Americans mi vengono in mente due cose: 1) La talpa, il film tratto dal libro di Le Carré, quando gridavano al capolavoro gli stessi che avevano dormito in sala o avevano passato due ore a chattare con l’Iphone. 2) Dalla Russia con amore, uno dei miei 007-Connery preferiti, quando lo spionaggio era un modo divertente di passare una serata tra coca-cola e marshmallow.
In realtà The Americans , esordio il 30 gennaio su FX, non è un ibrido tra i due, e neanche un clone di Homeland. I tag potrebbero essere matrimonio, anni ’80, Reagan, Washington, russi, americani, coperture, guerra fredda, spy game, etichetta del buon vicinato, pantaloni a sigaretta, camicie a maniche corte, brownies, anni di esplorazioni spaziali, traditori, FBI. Protagonisti la ex Felicity Keri Russell e Kevin Walker di Brothers and sisters che sono una coppia. Ma per finta. Ma poi in realtà davvero. Ma per finta. Ma in fondo davvero.
Confusione voluta, atmosfera torbida e disorientamento dominano questo primo episodio, che si presenta come un motore a scoppio, anche per la potente regia di Gavin O’Connor (Warriors), che gioca con l’uso della fotografia per incutere ansia e curiosità. La scrittura invece è a opera di Joe Weisberg (ex agente CIA, Falling Skies). Si parte versando un Martini sfavillante in un night-bar di Washington DC, 1981. 30 secondi dopo rivelazioni pericolose a una bionda ossigenata su un divano naive, celeste a rose troppo grandi, veramente stra-anni80. Tutto invoglia a proseguire: tanto per cominciare l’impasto di colori tra il caffè e quella tonalità indefinitamente aranciata dà dipendenza. Poi la disseminazione di oggetti vintage: quel televisore che si riempiva sempre di polvere, una cucina di trent’anni fa, una macchina da scrivere (la maggior parte delle cose di quell’azzurrino sbiadito che non si trova più da nessuna parte), il placement di brand assolutamente 2013 (la tuta Adidas del protagonista che fa una corsetta distensiva), e un’atmosfera che ricrea un universo che sembra lontano ma non lontanissimo, comunque sufficiente ad attivare la (ormai immancabile) nostalgia. Troviamo anche flashback 60s sulle origini sovietiche dei due protagonisti (non originalissimi in effetti, e forse si sarebbe potuto svelare ancora meno), e infine loro: gli Americans, o meglio, i fake Americans, perché Elizabeth e Philip Jennings in realtà sono dei nomi finti per due spie del KGB. Una volta mandati in USA, come nei matrimoni combinati, hanno dovuto conoscersi e reinventarsi come coppia medio-borghese dei sobborghi. Colpisce più di tutto l’interazione tra i due, profondamente ambigua (e si sa, siamo voyeur, tutti: quando si può vedere qualcosa di ambiguo non si riesce più a staccarsi). Anche perché Philip comincia ad avere una crisi di identità del tipo Ma se fosse meglio l’America? e lei lo guarda come se fosse un comico di Zelig. I 68’ di pilot volano con una tensione crescente, grazie alla “bomba sotto il tavolo” hitckochiana:i Jennings hanno catturato un compatriota traditore e lo tengono chiuso nel bagagliaio del loro garage, ma il vicino di casa è un agente FBI. Sappiamo che c’è una bomba che potrebbe esplodere, e, anche se questa linea verticale si chiude, l’orizzontalità è promettente. Bisogna vedere se alla fine la coppia/non coppia/coppia stancherà, ma per ora con The Americans bisogna solo prendere un pennarello e segnare sul calendario la data del secondo episodio.

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“The Americans”- Pilot – prima puntata – almeno 3000 battute

Gli americani stanno creando serie tv sempre più avvincenti e belle, ormai basta scegliere il genere che preferiamo e possiamo goderci molteplici serie di alta qualità.
La prima puntata di “The Americans” prospetta essere una di quelle serie avvincenti che ti fanno aspettare con ansia la puntata successiva.
Elizabeth e Philip Jennings (nomi creati per la copertura) sono due agenti del D.S (dittorato S) del KGB, agenti russi perfettamente integrati nella solita vita americana, tolto l’accento russo e aggiunta qualche parrucca per la copertura nella missioni sono pronti a sostenere il nome del loro paese.
I Jeggings sono all’apparenza una tipica famiglia americana che vive nella Washington D.C. degli anni ottanta con due figli a carico, hanno lavori normali e usanze normali come le uscite in famiglia al supermercato.
La puntata non è per nulla statica, anzi ci porta subito a capire il livello d’azione di questa serie, numerosi corpo a corpo e numerose fughe per non far saltare la copertura, ci troviamo subito nel bel mezzo della missione per rapire Timoshev, ex-colonnello del KGB passato ai nemici grazie a ricche ricompense milionarie.
Dopo un rocambolesco inseguimento lo riescono a prendere, però non riescono a portare a termine la missione, perchè non arrivano in tempo al porto per cedere la custodia di Timoshev, così decidono di tenerlo nel loro bagagliaio della macchina.
Intanto i protagonisti ci mostrano numerosi flashback risalenti agli anni sessanta per farci capire in pochi stralci la loro storia e qui si può riscontrare la qualità dell’impostazione della trama, perchè non ti svelano tutto subito, ma te lo forniscono in breve dosi, così da poter assimilare il tutto e capire alla perfezione cosa stà succedendo intorno a loro.
La situazione scappa di mano quando l’agente Beeman si trasferisce di fronte a loro, apparentemente sembra una cosa casuale, però Philip inizia a diventare paranoico sul fatto che sono stati scoperti, così inizia a pensare di consegnare Timoshev e se stesso all’FBI per ottenere un grosso indennizzo in denaro da dare alla sua famiglia.
Più si segue la puntata e più cose vengono rivelate in modo da tenerti in suspance fino a quando Timoshev viene ucciso da Philip, cosa che molti aspettatori speravano dopo aver scoperto che Elizabeth, quando era una cadetta, era stata picchiata e stuprata dall’ex comandante.
Il corpo poi viene gettato via e qui ci avviamo alla fine della puntata dove vengono a galla i primi punti fondamentali della serie :”Reagan presidente spietato/America-Russia futura guerra/I Jeggings come andranno avanti?”
Pilot di alta qualità, che prospetta un’ottima serie dai continui colpi di scena, ottimo l’utilizzo dei flashback, che ti fanno entrare direttamente nella vita passata dei protagonisti, inoltre ottima la coerenza tra gli anni ottanta e com’è per ora impostato “The Americans”.
Aspettando le prossime puntate posso sottolineare la riuscita del pilot e rimango speranzoso riguardo al futuro di questa serie e sottolineo che se le puntate rimarranno da un’ora non peseranno minimamente, perchè il contenuto scorre senza mai annoiare.
Lo sceneggiatore è un ex agente della CIA, ha già avuto esperienza come sceneggiatore in alcuni episodi di Falling Skies(serie dal basso successo e dalle molte critiche), quindi Joseph Weisberg(il suo nome) di sicuro avrà messo in questa serie tanto di riscossa e tanto di esperienza dal suo precedente lavoro di agente.
Dall’America sono arrivati commenti riguardo al qualche similitudine tra questo telefilm e Homeland, però c’è da dire che “The Americans” è appena iniziato, quindi bisogna cercare di prendere queste idee con le pinze dond’evitare di contagiare il giudizio degli spettatori.
L’unica cosa che tengo a dire in ambito di cose uguali è riferito al servizio giornalistico che viene trasmesso in tv, tratta della crisi dei cinquantadue ostaggi tenuti in Iran, stesso episodio che si parla anche in Argo.
Per finire tengo a sottolineare l’ottima manifattura riguardo ai particolari degli oggetti in quell’epoca come il registratore vocale o anche più semplicemente ai vestiti o alle macchine, che possono sembrare cose banali da ricordare ma non è così visti gli errori stupidi degli ultimi anni riguardanti gli oggetti di scena nei film/telefilm che parlano del passato o di avvenimenti storici.

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L’amicizia e l’universo umano di Judd Apatow

L’universo di Judd Apatow ha un grande filo conduttore: l’amicizia. Sebbene a far parte di questo mondo siano diversi registi e diversi sceneggiatori, tutti sono interessati alla descrizione dei numerosi aspetti che essa rivela. L’analisi di questo tipo di rapporti interpersonali riguarda, però, sempre persone dello stesso sesso. Infatti, se diamo una prima occhiata alla produzione targata Apatow, notiamo che uomini e donne (o, più giovanilisticamente, maschi e femmine) si pongono su due piani distanti, che esprimono una comprensione della realtà, della quotidianità in maniera completamente diversa. L’amicizia è quasi sempre un rifugio, una coperta per ripararsi dal terrore di affrontare le incomprensioni, le conflittualità che possono scaturire da una relazione sentimentale. Un’oasi nella quale poter essere completamente se stessi, senza aver timore di abbandonarsi a regressioni infantili. Un’àncora di salvataggio, che talvolta può dover affrontare mareggiate in grado di mettere a repentaglio la sua stabilità. Perchè anche nell’amicizia, come nell’amore, non mancano quegli aspetti romantici che rendono unico o irripetibile un rapporto ma che possono pregiudicarne la sua consistenza.

40 anni vergine e Molto Incinta (entrambi scritti e diretti dallo stesso Apatow) sono gli esempi dell’approccio più cameratesco e “bamboccione”. Nel primo esilarante film, Steve Carell interpreta il ruolo del commesso di un negozio di elettronica, che arriva alla bellezza di 40 anni senza aver mai avuto un rapporto sessuale. D’altronde, è sempre stato troppo interessato a dipingere soldatini o a giocare ai videogame. Dopo aver involontariamente confessato la sua verginità, i suoi colleghi si adoperano in tutti i modi possibili per procurargli una donna. Ed è soltanto nel momento degli insegnamenti e dei consigli finalizzati al “rimorchio” che tra il protagonista Andy e i suoi colleghi si instaura una relazione umana, e non più soltanto professionale. Per Andy i suoi colleghi diventano una bussola, un punto di riferimento e, a sua volta, egli diventa uno di loro, un amico su cui poter contare. Nel secondo, invece, la lente di ingrandimento è immediatamente posta su un gruppo di coinquilini nullafacenti, cannaioli e perdigiorno, che hanno come unica attività lavorativa la gestione di un sito che segnala i minuti e i secondi dei film in cui un’attrice mostra le proprie parti intime. Quando il ventiquattrenne Ben riceve la notizia che una ragazza con la quale ha trascorso una notte di passione (soprattutto alcolica) è rimasta incinta, gli amici si riveleranno un’ottima spalla su cui appoggiarsi e grazie alla quale poter “ridimensionare” l’accaduto. Anche in questo caso, l’amicizia è una comunità, una confraternita nella quale la goliardia va di pari passo con la solidarietà.

Per quanto riguarda Strafumati di David Gordon Green e In viaggio con una rockstar di Nicholas Stoller si può parlare, a tutti gli effetti, di bromantic comedy. L’amicizia viene descritta come un rapporto a due, che attraversa momenti di grandiosa condivisione e altri di drammatica crisi. Sia Green che Stoller partono da una situazione di convivenza forzata e sviluppano le dinamiche narrative concentrandosi sul graduale e sempre più intenso attaccamento che un protagonista prova nei confronti dell’altro. L’aspetto più interessante è che si tratta di personaggi che, in partenza, non potrebbero apparire più lontani. In Strafumati, Seth Rogen è un “operatore” giudiziario, costretto dal lavoro a spostarsi in continuazione, mentre James Franco è un pusher che trascorre le giornate in casa a fumare e a guardare la televisione. In viaggio con una rockstar, invece, racconta del viaggio da Londra a Los Angeles del talent scout Aaron Green, pragmatico e puntuale, per scortare il musicista Aldous Snow, eccentrico e imprevedibile, impedendogli di perdersi tra droghe e litri di vodka, e garantire la sua presenza sul palco del Greek Theatre. In questi due casi, l’amicizia maschile è una vera e propria relazione sentimentale tra due eterosessuali, caratterizzata da fedeltà e gelosie, ripicche e riconciliazione. Anche nell’ottimo Forgetting Sarah Marshall, l’esordio di Stoller, è possibile riconoscere questa concezione dell’amicizia, che si verifica, in modo particolare, nel momento in cui i due personaggi principali, interpretati da Jason Segel e da Russell Brand, solidarizzano e sfogano le loro frustrazioni, malgrado il secondo sia il nuovo fidanzato della ex del primo. Come a ribadire, nuovamente, che lo scontro tra i due sessi veda indubbiamente la femmina in una posizione dominante, mentre al maschio non resta altro che cercare consolazione in un suo simile.

Arriviamo, ora, ai lungometraggi in assoluto più importanti del cinema di Apatow. Non credo sia inadeguato definire Superbad di Greg Mottola un autentico capolavoro del genere demenziale. L’adolescenza è lo specchio di un’esistenza in cui la trivialità è l’anticamera della sensibilità e delle prime difficoltà della vita. Il linguaggio utilizzato dai due protagonisti Seth e Evan (che non sono altro che i nomi degli sceneggiatori, Rogen e Goldberg) è un codice per riconoscersi, per condividersi e per proteggersi. Entrambi sono geeks, messi ai margini dal loro status sociale. Hanno la possibilità di riscattarsi quando il loro compagno Vogel, un vero disadattato, si procura una carta di identità falsa e, col nome di McLovin, si propone di comprare degli alcolici da portare a una festa organizzata della bellissima Jules. Indimenticabile il finale, quando i due amici fraterni si separano per accompagnare le ragazze che hanno sempre desiderato a fare shopping, seppur tentennanti e timorosi di spezzare il legame indissolubile che li unisce. Agli antipodi, si posiziona Funny People, il terzo film da regista di Judd Apatow. Per la prima volta, i valori dell’amicizia vengono traditi o messi in discussione. Adam Sandler interpreta uno spigoloso attore di successo, che scopre di essere malato di leucemia. Assume Ira, giovane aspirante comico, per scrivergli quelli che crede siano i suoi ultimi testi. A differenza di tutte le altre opere “apatowiane”, il rapporto tra i due non prende mai il volo, anzi è sempre trattenuto, ostacolato da un sottile senso di invidia, costantemente percepibile. E anche i coinquilini di Ira non sono più i simpatici “cazzoni” di Molto incinta ma sfidanti con i quali sentirsi in continua competizione. Può darsi che Funny People rimanga una parantesi nella celebrazione del mito dell’amicizia maschile del cinema di Apatow, ma potrebbe trattarsi anche di una spiazzante svolta, che viene in parte confermata da Le amiche della sposa di Paul Feig, seppur a sfondo femminile. La protagonista Annie viene nominata damigella d’onore per il matrimonio dalla sua migliore amica Lilian, ma le sue certezze cominciano a traballare quando fa la conoscenza di Helen, nuova amica di Lilian, completamente diversa da lei. Annie è imbranata e autoironica, mentre Lilian è perfettina, ricca, bella e pignola. Di nuovo, torna il tema della gelosia nei rapporti di amicizia e, anche se il film è destinato a un rassicurante happy end, rimangono nella memoria le esplosioni di isteria di Annie, delusa dagli uomini e preoccupata di perdere l’esclusività del rapporto con la sua amica del cuore.

Judd Apatow ha rivoluzionato il modo di scrivere e di concepire film comici. Tutti i lavori da lui sceneggiati, diretti o prodotti non hanno come punto di forza le gags o la brillantezza delle battute. Il punto di forza sono i suoi personaggi e le loro caratterizzazioni, la loro credibilità, la loro umanità. Personaggi semplici, che non sono mai eccessivamente forzati, stereotipati nè marcatamente grotteschi. Mi sembra che al centro di questo percorso ci sia il desiderio di “ridimensionare” i problemi della vita (proprio come i personaggi di Molto incinta) per evidenziarne gli aspetti più patetici, teneri e ingenui. Non credo che tutto ciò si sarebbe potuto realizzare se Apatow non si fosse circondato di un fenomenale gruppo di comici (e attori brillanti), affiatato come se si trattasse di una compagnia teatrale consolidata da decenni. Tutti questi attori si danno il turno, interpretando, di volta in volta, il ruolo del protagonista o quello del caratterista. Non posso evitare di citarne almeno quattro, in ordine di grandezza (comica): Jason Segel, anche sceneggiatore, volto da gigante buono e stralunato; Jonah Hill, trascinante anti-eroe romantico e sboccato; Paul Rudd, eterno bravo ragazzo dallo sguardo sognatore e malinconico; Seth Rogen, anche lui sceneggiatore, magnifico loser, goffo e generoso, genio comico indiscusso.

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Riflessioni sulla violenza nel cinema di Quentin Tarantino

Il diciassette gennaio scorso è approdato nelle sale cinematografiche italiane l’attesissimo Django Unchined, ultimo lungometraggio del regista statunitense Quentin Tarantino. L’opera tarantiniana è un omaggio al film del 1966, Django, diretto da Sergio Corbucci e interpretato da Franco Nero, a cui Tarantino ha affidato una piccolissima parte. Espressione del grandissimo amore che il regista nutre nei confronti del cinema di genere, in questo caso dello spaghetti western, ed impregnato di citazioni e omaggi ai suoi miti, tra cui Sergio Leone, Django Unchined è la storia di uno schiavo africano trasformato in un cacciatore di taglie, quindi pagato per uccidere uomini bianchi. Infatti, nonostante il mix di generi presenti in unica pellicola a cui ci ha abituati Tarantino, in Django si riscontra il tema del “ribaltamento della storia”, proprio come succedeva in “Bastardi senza gloria”. Nel film del 2009, un gruppo di ebrei assetati di vendetta, riusciva a giustiziare Adolf Hitler, affascinando lo spettatore rispetto all’idea che al cinema si potesse mutare l’evoluzione degli eventi passati. Seguendo questa linea re-interpretativa della storia, nel 2014 dovrebbe arrivare sugli schermi la sua nuova opera, intitolata provvisoriamente Killer Crow. Intenzioni giustizialiste e salvifiche a parte, la poetica di Quentin Tarantino è sicuramente caratterizzata da elementi riscontrabili in ogni suo film. Insieme all’ironia intelligente dei dialoghi che rendono la narrazione coinvolgente e divertente, il più evidente, anche agli occhi dei meno esperti, è la rappresentazione della violenza spesso accompagnata dall’uso di una smisurata quantità di sangue. Esordisce nel 1992 con “Le Iene”, raccontando la storia di una “colorata” banda di violenti rapinatori. Il film, in Italia, viene vietato ai minori di diciotto anni, per via della rappresentazione cinica e quasi realistica della violenza. Tra una sparatoria e l’altra, è impossibile non ricordare la scena in cui Mr Blond tortura il sanguinante Marvin Nash sulle note di “Stuck in the middle with you” degli Stealer’s Wheel, entrata nella storia del cinema. Sarà però nel 1994, con il capolavoro “Pulp Fiction”, Palma d’oro a Cannes che Tarantino svilupperà maggiormente la propria poetica, estetizzando una violenza cruda ed esasperata, alternata a scene ironiche e surreali. Si pensi alla scena in cui il signor Wolf aiuta Vincent, Jules e Jimmie a pulire la macchina da un cadavere senza testa, tra sangue e pezzi di cervello. Sono evidenti anche le loro camice bianche sempre esageratamente insanguinate ed è platealmente violenta la morte di Vincent Vega, ucciso con innumerevoli colpi di mitra che lo scaraventano dalla porta al bagno. La violenza qui, assume un aspetto molto meno vero e se da un lato può turbare lo spettatore debole di stomaco, dall’altro può divertirlo, senza fare in modo che si concentri esclusivamente su di essa vivendola empaticamente come realistica. Tre anni dopo “Pulp Fiction”, il regista-icona statunitense, gira “Jackie Brown” dal romanzo Rum Punch di Elmore Leonard che non avrà lo stesso successo dei due lungometraggi precedenti. Storia di una hostess nera che contrabbanda denaro, “Jacky Brown” non è così rappresentativo della poetica tarantiniana rispetto all’uso del sangue e all’espressione dell’ultra-violenza. Sarà (senza con) il film “Kill Bill”, diviso in due volumi per motivi di distribuzione, nel 2003 e nel 2004 ad esprimere fortemente la visione della violenza che lo contraddistingue. La storia è quella della vendetta di Beatrix, la sposa, nei confronti del suo boss ed ex fidanzato Bill, capo di una banda di spietati assassini, che ha impedito alla donna di rifarsi una vita dopo la fuga dalla banda. La vicenda è raccontata con continui balzi temporali, insieme a momenti drammatici, malinconici, e con ricostruzioni in stile manga, Tarantino ci mette di fronte ad alcune scene violentissime. La violenza, in questo caso come in altri provocata da sentimenti vendicativi, viene talmente esasperata attraverso teste mozzate, arti imputati e sangue fluorescente che schizza prepotentemente invadendo la scena, che non può essere considerata reale. E’ una violenza adrenalica, cruda ed estremamente finta. In un’intervista in occasione della promozione in Italia di “Django Unchained”, Quentin Tarantino, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha speso queste parole rispetto al tema della violenza e del sangue nei suoi film: “…Il sangue per me è solo un colore e la violenza cinematografica, operistica e coreografata, non si riverbera sulla vita reale…”
Tralasciando l’esperienza dell’episodio di “Sin City” e del primo episodio dell’horror “Grinhouse: A prova di morte”, la poetica di Tarantino si è in un certo senso evoluta. Mettendo sempre in scena un certo tipo di violenza omicida, i suoi personaggi, hanno compiuto un evoluzione nell’esercitarla, rispetto alle motivazioni. I rapinatori de “Le iene” e il Vincent Vega di “Pulp Fiction” ad esempio, esercitavano atti violenti in modo più o meno realistico, con una certa superficialità. All’evolversi della rappresentazione violenta acutizzata all’ennesima potenza, come in Kill Bill volume 1 e volume 2, Quentin Tarantino accosta personaggi di maggior spessore umano. E’ indubbio che le motivazioni che spingono la sposa Beatrix ad esercitare la violenza più atroce sono differenti da quelle di Vincent Vega. Nelle sue ultime pellicole, citate all’inizio, “Bastardi senza gloria” e “Django”, ritroviamo in parte entrambe le espressioni della violenza della poetica tarantiniana. Ci troviamo di fronte a un qualcosa spesso poco realistico, talmente esasperato da non farci paura, ma riusciamo anche a distinguere chi utilizza la crudeltà come unica soluzione di giustizia o ribellione da chi la utilizza più superficialmente e per scelta.

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