Riflessioni sulla violenza nel cinema di Quentin Tarantino

Il diciassette gennaio scorso è approdato nelle sale cinematografiche italiane l’attesissimo Django Unchined, ultimo lungometraggio del regista statunitense Quentin Tarantino. L’opera tarantiniana è un omaggio al film del 1966, Django, diretto da Sergio Corbucci e interpretato da Franco Nero, a cui Tarantino ha affidato una piccolissima parte. Espressione del grandissimo amore che il regista nutre nei confronti del cinema di genere, in questo caso dello spaghetti western, ed impregnato di citazioni e omaggi ai suoi miti, tra cui Sergio Leone, Django Unchined è la storia di uno schiavo africano trasformato in un cacciatore di taglie, quindi pagato per uccidere uomini bianchi. Infatti, nonostante il mix di generi presenti in unica pellicola a cui ci ha abituati Tarantino, in Django si riscontra il tema del “ribaltamento della storia”, proprio come succedeva in “Bastardi senza gloria”. Nel film del 2009, un gruppo di ebrei assetati di vendetta, riusciva a giustiziare Adolf Hitler, affascinando lo spettatore rispetto all’idea che al cinema si potesse mutare l’evoluzione degli eventi passati. Seguendo questa linea re-interpretativa della storia, nel 2014 dovrebbe arrivare sugli schermi la sua nuova opera, intitolata provvisoriamente Killer Crow. Intenzioni giustizialiste e salvifiche a parte, la poetica di Quentin Tarantino è sicuramente caratterizzata da elementi riscontrabili in ogni suo film. Insieme all’ironia intelligente dei dialoghi che rendono la narrazione coinvolgente e divertente, il più evidente, anche agli occhi dei meno esperti, è la rappresentazione della violenza spesso accompagnata dall’uso di una smisurata quantità di sangue. Esordisce nel 1992 con “Le Iene”, raccontando la storia di una “colorata” banda di violenti rapinatori. Il film, in Italia, viene vietato ai minori di diciotto anni, per via della rappresentazione cinica e quasi realistica della violenza. Tra una sparatoria e l’altra, è impossibile non ricordare la scena in cui Mr Blond tortura il sanguinante Marvin Nash sulle note di “Stuck in the middle with you” degli Stealer’s Wheel, entrata nella storia del cinema. Sarà però nel 1994, con il capolavoro “Pulp Fiction”, Palma d’oro a Cannes che Tarantino svilupperà maggiormente la propria poetica, estetizzando una violenza cruda ed esasperata, alternata a scene ironiche e surreali. Si pensi alla scena in cui il signor Wolf aiuta Vincent, Jules e Jimmie a pulire la macchina da un cadavere senza testa, tra sangue e pezzi di cervello. Sono evidenti anche le loro camice bianche sempre esageratamente insanguinate ed è platealmente violenta la morte di Vincent Vega, ucciso con innumerevoli colpi di mitra che lo scaraventano dalla porta al bagno. La violenza qui, assume un aspetto molto meno vero e se da un lato può turbare lo spettatore debole di stomaco, dall’altro può divertirlo, senza fare in modo che si concentri esclusivamente su di essa vivendola empaticamente come realistica. Tre anni dopo “Pulp Fiction”, il regista-icona statunitense, gira “Jackie Brown” dal romanzo Rum Punch di Elmore Leonard che non avrà lo stesso successo dei due lungometraggi precedenti. Storia di una hostess nera che contrabbanda denaro, “Jacky Brown” non è così rappresentativo della poetica tarantiniana rispetto all’uso del sangue e all’espressione dell’ultra-violenza. Sarà (senza con) il film “Kill Bill”, diviso in due volumi per motivi di distribuzione, nel 2003 e nel 2004 ad esprimere fortemente la visione della violenza che lo contraddistingue. La storia è quella della vendetta di Beatrix, la sposa, nei confronti del suo boss ed ex fidanzato Bill, capo di una banda di spietati assassini, che ha impedito alla donna di rifarsi una vita dopo la fuga dalla banda. La vicenda è raccontata con continui balzi temporali, insieme a momenti drammatici, malinconici, e con ricostruzioni in stile manga, Tarantino ci mette di fronte ad alcune scene violentissime. La violenza, in questo caso come in altri provocata da sentimenti vendicativi, viene talmente esasperata attraverso teste mozzate, arti imputati e sangue fluorescente che schizza prepotentemente invadendo la scena, che non può essere considerata reale. E’ una violenza adrenalica, cruda ed estremamente finta. In un’intervista in occasione della promozione in Italia di “Django Unchained”, Quentin Tarantino, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha speso queste parole rispetto al tema della violenza e del sangue nei suoi film: “…Il sangue per me è solo un colore e la violenza cinematografica, operistica e coreografata, non si riverbera sulla vita reale…”
Tralasciando l’esperienza dell’episodio di “Sin City” e del primo episodio dell’horror “Grinhouse: A prova di morte”, la poetica di Tarantino si è in un certo senso evoluta. Mettendo sempre in scena un certo tipo di violenza omicida, i suoi personaggi, hanno compiuto un evoluzione nell’esercitarla, rispetto alle motivazioni. I rapinatori de “Le iene” e il Vincent Vega di “Pulp Fiction” ad esempio, esercitavano atti violenti in modo più o meno realistico, con una certa superficialità. All’evolversi della rappresentazione violenta acutizzata all’ennesima potenza, come in Kill Bill volume 1 e volume 2, Quentin Tarantino accosta personaggi di maggior spessore umano. E’ indubbio che le motivazioni che spingono la sposa Beatrix ad esercitare la violenza più atroce sono differenti da quelle di Vincent Vega. Nelle sue ultime pellicole, citate all’inizio, “Bastardi senza gloria” e “Django”, ritroviamo in parte entrambe le espressioni della violenza della poetica tarantiniana. Ci troviamo di fronte a un qualcosa spesso poco realistico, talmente esasperato da non farci paura, ma riusciamo anche a distinguere chi utilizza la crudeltà come unica soluzione di giustizia o ribellione da chi la utilizza più superficialmente e per scelta.

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