The Americans – Recensione pilot

Vedendo i primissimi minuti dello spy-pilot di The Americans mi vengono in mente due cose: 1) La talpa, il film tratto dal libro di Le Carré, quando gridavano al capolavoro gli stessi che avevano dormito in sala o avevano passato due ore a chattare con l’Iphone. 2) Dalla Russia con amore, uno dei miei 007-Connery preferiti, quando lo spionaggio era un modo divertente di passare una serata tra coca-cola e marshmallow.
In realtà The Americans , esordio il 30 gennaio su FX, non è un ibrido tra i due, e neanche un clone di Homeland. I tag potrebbero essere matrimonio, anni ’80, Reagan, Washington, russi, americani, coperture, guerra fredda, spy game, etichetta del buon vicinato, pantaloni a sigaretta, camicie a maniche corte, brownies, anni di esplorazioni spaziali, traditori, FBI. Protagonisti la ex Felicity Keri Russell e Kevin Walker di Brothers and sisters che sono una coppia. Ma per finta. Ma poi in realtà davvero. Ma per finta. Ma in fondo davvero.
Confusione voluta, atmosfera torbida e disorientamento dominano questo primo episodio, che si presenta come un motore a scoppio, anche per la potente regia di Gavin O’Connor (Warriors), che gioca con l’uso della fotografia per incutere ansia e curiosità. La scrittura invece è a opera di Joe Weisberg (ex agente CIA, Falling Skies). Si parte versando un Martini sfavillante in un night-bar di Washington DC, 1981. 30 secondi dopo rivelazioni pericolose a una bionda ossigenata su un divano naive, celeste a rose troppo grandi, veramente stra-anni80. Tutto invoglia a proseguire: tanto per cominciare l’impasto di colori tra il caffè e quella tonalità indefinitamente aranciata dà dipendenza. Poi la disseminazione di oggetti vintage: quel televisore che si riempiva sempre di polvere, una cucina di trent’anni fa, una macchina da scrivere (la maggior parte delle cose di quell’azzurrino sbiadito che non si trova più da nessuna parte), il placement di brand assolutamente 2013 (la tuta Adidas del protagonista che fa una corsetta distensiva), e un’atmosfera che ricrea un universo che sembra lontano ma non lontanissimo, comunque sufficiente ad attivare la (ormai immancabile) nostalgia. Troviamo anche flashback 60s sulle origini sovietiche dei due protagonisti (non originalissimi in effetti, e forse si sarebbe potuto svelare ancora meno), e infine loro: gli Americans, o meglio, i fake Americans, perché Elizabeth e Philip Jennings in realtà sono dei nomi finti per due spie del KGB. Una volta mandati in USA, come nei matrimoni combinati, hanno dovuto conoscersi e reinventarsi come coppia medio-borghese dei sobborghi. Colpisce più di tutto l’interazione tra i due, profondamente ambigua (e si sa, siamo voyeur, tutti: quando si può vedere qualcosa di ambiguo non si riesce più a staccarsi). Anche perché Philip comincia ad avere una crisi di identità del tipo Ma se fosse meglio l’America? e lei lo guarda come se fosse un comico di Zelig. I 68’ di pilot volano con una tensione crescente, grazie alla “bomba sotto il tavolo” hitckochiana:i Jennings hanno catturato un compatriota traditore e lo tengono chiuso nel bagagliaio del loro garage, ma il vicino di casa è un agente FBI. Sappiamo che c’è una bomba che potrebbe esplodere, e, anche se questa linea verticale si chiude, l’orizzontalità è promettente. Bisogna vedere se alla fine la coppia/non coppia/coppia stancherà, ma per ora con The Americans bisogna solo prendere un pennarello e segnare sul calendario la data del secondo episodio.

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